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In fase di stesura “Napoli, vicolo cieco”, prossimo libro di Cristiana Barone. Racconterà di una città sempre sotto i riflettori, evidenziando enfaticamente, gli aspetti quotidiani, quelli vissuti giorno dopo giorno. Irrefrenabile la voglia della giornalista di raccontare. Minuziosi i dettagli descritti fotograficamente se non televisivamente. Lapis utilizzato come telecamera per immaginare leggendo. Un libro per osservare, riflettere sulla vita di ogni giorno. Non è la prima volta che Cristiana Barone si cimenta con la narrativa: nel 2006, edito da Loffredo, il romanzo “Un giorno per caso. Una storia qualunque”. La storia di una donna, Giulia, alla ricerca della sua anima. Fugge nella magica Parigi per ricomporre i pezzi di una vita distrutta da una profonda crisi interiore. Un romanzo introspettivo, il libro della rinascita dopo anni di sofferenza. I proventi delle vendite sono stati devoluti integralmente alla Lega del filo d’oro, per i bambini sordo-ciechi.
 
 
Tratto da “VICOLO CIECO” di prossima pubblicazione
“NAPOLI: città rammendata dai sogni infranti. Napoli da analisi improbabile. Città dai toni forti e contrastanti. Prodigiosa metropoli, naturalmente bella ed indiscutibilmente invivibile. C’è chi fugge e chi invece “resta… a guardare”! La città, ogni giorno, fa i conti con giovani criminali o incalliti camorristi, mentre la struttura sana della collettività civile, gente onesta e forse troppo stanca, spera non sia troppo tardi per rialzarsi e sentirsi nel mondo, piuttosto che al “terzo mondo”. Napoli gioca la sua partita nella speranza di vincere il degrado in cui versa, del modesto, ovvero, povero tessuto socio economico cui è costretta. Eppure, se dovessimo addurre responsabilità dovremmo tutti passarci una mano per la coscienza: politici ed amministratori compresi. Tanto lo si deve anche al sistema della “camorra spa” che talvolta “garantisce” più che lo Stato stesso.
La fotografia di questa “epoca partenopea” non vorremmo vederla dipinta di rosso, il colore del sangue versato. Il napoletano è forse ormai abituato a “campare” alla giornata. Come se non credesse più in niente. Come se non avesse obiettivi e mete da raggiungere. Come se tutto fosse dovuto e nulla durasse per sempre - perciò il cimento di spacciare e guadagnare, di rubare e uccidere: tutto diviene secondario rispetto al “profitto” cui necessitano molte popolose famiglie. Case occupate, vite allo sbando, istruzione come optional: questi sono i colori dipinti dentro le case di quasi tutti. Il volto segnato da rughe profonde evidenzia la spossante ricerca di equilibrio, in una terra che di controsensi ne ha più che troppi. La sopravvivenza è l’unico vero scopo. Mostrare la forza è un obbligo. Chi vive in quartieri ghetto, deve tirar fuori le unghie per non lasciarsi conglobare dentro la grossa, anzi enorme, massa di letame che ci circonda.
Tutto è uguale a ogni luogo: dappertutto la stessa sporcizia che insudicia anche gli ultimi civili laici borghesi sopravvissuti. Ogni quartiere di questa città sembra “periferico” anche dove non lo è. Napoli ha l’odore di un città puzzolente, fetida, immorale, disonesta e corrotta. Una città che è diventata così. Chi la organizza, amministra e gestisce l’ha volutamente portata allo sfascio. Ma Napoli e i napoletani reagiscono e non si fanno “fregare” più.
Dentro e fuori le case, il caos. L’accozzaglia disordinata entra dalle strade ed esce dalle finestre. Indelebile l’odore di creolina e disinfettante economico all’ingrosso dei bassi. Dagli attici, penzoloni, si scrostano le antiche pitture, scolorite dal fumo denso della caligine. Annodate ai fili di ringhiera, le lenzuola svolazzanti, come stracci appesi allo smog di una “città rammendata”. L’eco delle melodie napoletane si propaga per condominio: musica in comproprietà. A Napoli la scelta della colonna sonora è obbligata, costretti tutti dalla volontà del vicino.
Poi ci sono loro, i rom: stranieri in casa nostra. Gli irregolari che vengono e fanno tutto: “tanto qui tutto è concesso”. Rubano il rame, comprano i rifiuti e li mettono dentro le baraccopoli, abituati già a vivere su enormi pattumiere. Di tutti i colori ed etnie. Collocati ad ogni angolo di strada. Sui marciapiedi elemosinano il dazio per il camorrista che generosamente concede piazza e semaforo. Qualche altro centesimo gli resterà per bere vino in scatola di cartone e fumare “l’erba del vicino”, l’extracomunitario del marciapiede accanto. I giardinetti sono la loro casa. Nessuno li ospita, se non le aiuole su cui bivaccano fino alla successiva innaffiata municipale. I cartoni - cui si adagiano – umidi a tal punto da non poterli accogliere per un’altra notte, si sposteranno in altre aiuole, poco distanti. Anche loro si ammalano. Anche i clandestini, quelli irregolari. Hanno la lebbra, piattole e rogna e sono assistiti nelle stesse lenzuola di chiunque. Ricoverati in ospedale tra altre centinaia di barelle in attesa di cura. Il degente attiguo, un anziano che non deambula, urina dove può: i bagni, fuori misura, sono proibiti alla carrozzella. Loro, i miserabili emarginati vecchi, non entrano. I clandestini, illegittimi e irregolari, mendici e questuanti, si. Siamo la terra promessa degli zingari.
La stazione è dell’abusivismo e dell’illegalità diffusa. Il peggior biglietto da visita, di accoglienza turistica, della città. Nei vicoli del Terminus, si evince la fisionomia multietnica della città e le sue origini. Piazza Garibaldi, slargo di prostitute, viados, paccottari e mendicanti di sogni infranti. Piazza disattenta, senza memoria né gloria, in assenza di regole e rispetto, lontana dalla normalità, distratta. Forestieri e turisti allo sbando: vacanzieri in fuga. In lotta con scippatori e borseggiatori.
In ogni vicolo di Napoli, una storia. In ogni angolo di strada, un’intelligenza schiacciata. Siamo tutti vittime d’una terra che non muore mai. In attesa di una nuova alba che colorerà un giorno diverso e fuori dal buio pesto cui, loro, i POTENTI ci hanno gettato.
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